Il D.L. n. 18/2020 e le modifiche introdotte sulla sospensione dei termini rispetto al precedente D.L.

Corre l’obbligo di effettuare alcune precisazioni all’esito dell’emanazione del nuovo Decreto Legge n. 18/2020 con cui sono state introdotte modifiche e disposizioni chiarificatrici della disciplina introdotta dal precedente D.L. n. 11/2020 dell’8 marzo 2020.

In particolare, l’art. 83, I comma, del D.L. n. 18/2020 del 17 marzo 2020 prevede la proroga del periodo di rinvio delle udienze, il quale è ora individuato nell’arco temporale compreso tra il 9 marzo 2020 e il 15 aprile 2020.

Pertanto, se per avventura qualche tribunale avesse già rinviato le udienze originariamente previste tra il 9 e il 22 marzo, per esempio, al 30 marzo, dovrà provvedere a un nuovo spostamento in avanti.

La seconda regola su cui devo soffermarmi, anche per integrare quanto in precedenza affermato, è quella introdotta con il secondo comma dell’art. 83 del medesimo Decreto Legge.

La norma, andando a modificare la previsione di cui all’art. 1, comma 2, del D.L. n. 11/2020, stabilisce che “dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 è sospeso il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali”.

Ebbene, come sottolineato anche dalla Relazione Illustrativa e Tecnica, con il nuovo decreto il Governo ha voluto sostituire il riferimento ai “procedimenti indicati al comma 1” con la semplice indicazione dei “procedimenti civili e penali”, al fine di evidenziare l’amplissima portata che la sospensione deve avere, la quale è “da riferirsi a tutti i procedimenti civili e penali e non certo ai soli procedimenti in cui sia stato disposto un rinvio di udienza” (cfr. Rel. Ill. e Tec.).

Il Governo ha dovuto infatti constatare che in relazione alla previsione originaria di cui all’articolo 2, comma 2, del D.L. n. 11 dell’8 marzo 2020 sono sorti dubbi interpretativi e prassi applicative sostanzialmente elusive del contenuto della previsione.

Il secondo comma dell’art. 83 del D.L. n. 18/2020 prosegue con una specificazione, chiarendo che “si intendono pertanto sospesi, per la stessa durata, i termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, per l’adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito della loro motivazione, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e dei procedimenti esecutivi, per le impugnazioni e, in genere, tutti i termini procedurali”.

In questa parte si nota con più evidenza che il Governo ha ritenuto necessario abbandonare anche il riferimento alla pendenza dei procedimenti, alla quale aveva fatto originariamente ricorso.

Il concetto di pendenza di giudizio, sul quale avevo ritenuto superfluo soffermarmi, era invero chiaro e sufficiente per determinare la portata della norma. La citata Relazione, confermando questa idea, ha infatti osservato che esso deve ritenersi oramai cristallizzato per i procedimenti civili e penali “nell’intervallo segnato, da un lato, dall’atto introduttivo del giudizio o, rispettivamente, dall’iscrizione della notizia di reato e, dall’altro, dalla definitività del provvedimento conclusivo del procedimento”, la quale si ottiene nel momento in cui si realizza il buon vecchio giudicato formale e non sono più esperibili mezzi ordinari di impugnazione.

Ciononostante il Governo si è dovuto arrendere di fronte all’incertezza degli interpreti e precisare che la sospensione si applica anche ai termini per impugnare i provvedimenti giurisdizionali.

Infine, devo prendere in considerazione il penultimo periodo dello stesso secondo comma, il quale introduce una disposizione a mio giudizio necessaria, che va a colmare il vuoto legislativo lasciato dal precedente decreto.

In particolare, la norma prevede che “quando il termine è computato a ritroso e ricade in tutto o in parte nel periodo di sospensione, è differita l’udienza o l’attività da cui decorre il termine in modo da consentirne il rispetto”.

Senza questa regola, infatti, la sospensione in parola non si sarebbe potuta applicare ai termini a ritroso, per l’impossibilità fisica e giuridica di depositare atti tempestivi.

In tal modo la sospensione introdotta a marzo 2020 conferma il suo carattere speciale, diverso dalla sospensione feriale, introducendo una regola ad hoc per la quale è il dies a quo dei termini a ritroso a dover essere spostato in modo tale da evitare che il decorso del tempo coincida in tutto o in parte con il periodo compreso tra il 9 marzo e il 15 aprile 2020.

La norma richiama le attività, evidentemente di tutte le parti processuali, nonché specificamente le udienze, con la conseguenza che anche quelle fissate in citazione dall’attore devono essere spostate e il termine per la costituzione tempestiva traslerà in avanti nel tempo e sarà computato con riferimento alla nuova data.

Resta da vedere come questa disposizione troverà applicazione nella realtà dei vari uffici giudiziari. Alcuni tribunali mi risulta che abbiano già onerato parte attrice di rinotificare la citazione. Questa prassi può essere opportuna, ma non deve pregiudicare in alcun modo il diritto sostanziale fatto valere in giudizio, che non potrà, ad esempio, ritenersi prescritto, come accade quando il giudice dispone la rinotifica dell’atto introduttivo affetto da nullità dell’editio actionis.

Infatti, la rituale introduzione del procedimento non può che determinare la pendenza del giudizio, con ogni normale conseguenza in termini di interruzione e sospensione della prescrizione.

A tal proposito si osserva che salvo i casi in cui il diritto possa essere fatto valere soltanto attraverso l’introduzione di un giudizio (e le specifiche disposizioni dettate in materia penale), i termini di prescrizione dei diritti sostanziali decorrono normalmente.

Pertanto, la volontà di esercitare un diritto in sede giudiziaria deve essere esplicitamente dichiarata e portata a conoscenza della controparte con un atto di diffida e messa in mora, ovvero con una citazione a giudizio, se il titolare non vuole che maturi la relativa prescrizione.

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